Mussolini, colonialismo italiano e crimini in Africa: smentiti 8 falsi storici
Dall'iprite in Etiopia ai lager in Cirenaica: analisi archivistica e demistificazione di 8 miti sul colonialismo fascista e i crimini di guerra italiani in Africa.

Punti chiave
- L'aviazione fascista impiegò sistematicamente gas asfissianti (iprite e fosgene) contro soldati e popolazioni civili in Etiopia tra il 1935 e il 1936.
- La 'pacificazione' della Cirenaica comportò la deportazione di oltre 100.000 civili e lo sterminio di circa 40.000 internati nei campi di concentramento costieri.
- Il massacro di Debra Libanos e le rappresaglie di Addis Abeba nel 1937 costituirono eccidi di massa pianificati ai vertici della catena di comando coloniale.
- L'apartheid e il razzismo biologico non furono importati dalla Germania nel 1938, ma vennero sperimentati e codificati nelle colonie africane a partire dal 1936.
- Il mito consolatorio del 'brava gente' nacque nel dopoguerra per evitare estradizioni all'ONU e proteggere l'apparato diplomatico e militare italiano.
Tra il 1922 e il 1941, l'espansione coloniale fascista guidata da Benito Mussolini provocò centinaia di migliaia di vittime in Africa orientale e settentrionale attraverso deportazioni di massa, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate e l'uso intensivo di armi chimiche vietate dal Protocollo di Ginevra. Eppure, nel discorso pubblico e nella memoria scolastica italiana, questo passato è stato a lungo sterilizzato dal costrutto apologetico del «colonialismo dal volto umano». Analizzare in profondità il nesso tra Benito Mussolini, colonialismo italiano e crimini in Africa significa smontare ottant'anni di rimozioni documentarie e confrontarsi con la realtà brutale dell'imperialismo fascista.
Punti chiave dell'indagine archivistica
- Uso massiccio di agenti chimici: Oltre 500 tonnellate di aggressivi chimici (iprite e fosgene) vennero impiegate tra il 1935 e il 1936 per spezzare la resistenza etiope e colpire deliberatamente villaggi e corsi d'acqua.
- Il genocidio cirenaico: Circa 100.000 nomadi e contadini della Cirenaica furono rinchiusi in 16 campi di concentramento costieri; oltre un terzo morì per stenti, tifo e sevizie tra il 1930 e il 1933.
- Rappresaglie di Stato: I massacri di Addis Abeba (febbraio 1937) e Debra Libanos (maggio 1937) provocarono decine di migliaia di morti civili per ordine diretto del viceré Rodolfo Graziani.
- Precorrimento dell'antisemitismo biologico: La segregazione razziale e il divieto del «madamato» (1937) anticiparono e plasmarono le leggi razziali antisemite del 1938.
- Impunità totale post-bellica: Nessun criminale di guerra italiano è mai stato estradato o processato per i crimini commessi in Africa a causa degli equilibri diplomatici della Guerra Fredda.

Le radici dell'amnesia collettiva
Per decenni, l'opinione pubblica italiana si è cullata nell'autoassoluzione. L'espressione «Italiani brava gente», coniata dalla propaganda bellica e riadattata dalla cinematografia e dalla manualistica post-1945, ha operato come un potente sedativo storico. Mentre la Germania affrontava il tribunale di Norimberga e la denazificazione, la transizione italiana dalla monarchia alla Repubblica si fondò sulla rimozione degli eccidi d'oltremare per salvaguardare la continuità amministrativa e l'onore delle Forze Armate.
Gli archivi del Ministero dell'Africa Italiana (MAI) e dello Stato Maggiore dell'Esercito rimasero inaccessibili o secretati per mezzo secolo. Soltanto il lavoro monumentale di storici come Angelo Del Boca, Giorgio Rochat e Nicola Labanca ha costretto le istituzioni ad aprire i faldoni, rivelando le ricevute di carico delle bombe a iprite C.500.T e i telegrammi cifrati inviati da Roma.
Mito 1: «Il colonialismo fascista ha costruito strade, scuole e ospedali civilizzando l'Africa»
La tesi: L'espansione imperiale italiana si sarebbe distinta per una vocazione prettamente costruttiva e modernizzatrice. Secondo questo racconto diffuso nei rotocalchi d'epoca e in certa saggistica divulgativa, i soldati e gli operai italiani si recarono oltremare per costruire infrastrutture, ponti e bonifiche a beneficio delle popolazioni autoctone, a differenza dello sfruttamento minerario anglo-francese.
I fatti documentati: L'imponente piano infrastrutturale promosso dal regime tra il 1936 e il 1940 rispondeva a esclusive priorità di logistica militare, penetrazione bellica e segregazione spaziale. Come dimostrano gli studi di Gian Luca Podestà, le direttrici viarie come la strada Massaua-Asmara o la camionale Asmara-Addis Abeba furono concepite per permettere alle divisioni motorizzate e ai rifornimenti di controllare un territorio ostile e vastissimo. L'accesso a ospedali e scuole moderne era rigidamente precluso agli indigeni: il piano regolatore di Addis Abeba redatto da Ignazio Guidi e Cesare Valle nel 1938 istituì una rigida divisione urbana tra quartieri europei e zone indigene degradate.
«Non si trasformano i popoli primitivi con le carezze pedagogiche. La colonizzazione è un atto di forza bruta giustificato unicamente dalla potenza del dominatore.»
— Benito Mussolini, discorso al Senato del Regno, 1934
L'istruzione riservata agli autoctoni era limitata al quarto anno elementare e mirava all'indottrinamento subalterno: apprendere l'italiano elementare per eseguire ordini ed esaltare il culto del Duce. Nessun etiope o libico poteva accedere all'istruzione secondaria o universitaria sotto il regime fascista.
Verdetto: FALSO. Le opere pubbliche furono concepite come strumenti di dominazione strategica e apartheid, non per lo sviluppo sociale della popolazione locale.
Mito 2: «L'Italia non usò mai gas asfissianti contro gli etiopi nella guerra del 1935-1936»
La tesi: Per decenni, commentatori conservatori, reduci illustri come Indro Montanelli e canali istituzionali negarono risolutamente l'uso di armi chimiche, sostenendo che le accuse avanzate dall'imperatore Hailé Selassié alla Società delle Nazioni fossero mera propaganda antitaliana fabbricata dai britannici.
I fatti documentati: L'impiego massiccio e sistematico di iprite (solfuro di dicloroetile) e fosgene è provato da inoppugnabili evidenze documentali conservate presso l'Archivio Centrale dello Stato e l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. L'autorizzazione al loro utilizzo giunse direttamente da Mussolini tramite dispacci telegrafici:
«Roma, 27 ottobre 1935. Autorizzo impiego gas come ultima ratio per sopraffare ogni resistenza e in caso di contrattacco nemico. Mussolini.»
— Archivio Centrale dello Stato, Carte Graziani, b. 18
Seguirono altri 19 telegrammi del Duce a Badoglio e Graziani che rimuovevano qualsiasi vincolo. Tra il dicembre 1935 e l'aprile 1936, l'aviazione italiana sganciò 517 tonnellate di bombe C.500.T caricate a iprite, nebulizzando il tossico sui soldati scalzi dell'esercito imperiale, sui pascoli, sulle mandrie e sui corsi d'acqua (come il fiume Tacazzé). I civili ustionati dal liquido vescicatorio morirono tra atroci sofferenze.
| Tipologia Aggressivo Chimico | Vettore d'Impiego | Area d'Operazione Principale | Quantità Stimata (Tonnellate) | Effetti Primari Riscontrati |
|---|---|---|---|---|
| Iprite (solfuro di dicloroetile) | Bombe aeree C.500.T | Fronte Nord (Endertà, Amba Aradam, Shire) | 450+ | Gravi ustioni cutanee, cecità, asfissia, distruzione ecosistemi fluviali |
| Fosgene | Bombe a caduta e proiettili d'artiglieria | Fronte Sud (Gorrahei, Ogaden) | 60+ | Edema polmonare acuto letale, soffocamento entro 24-48 ore |
| Arsine / Miscele starnutatorie | Candolotti fumogeni terrestri | Passo Mecan, Tembien | 15+ | Danni immediati alle vie respiratorie, panico incontrollato |
| Cloropicrina | Granate a mano e artiglieria | Grotte e anfratti montani | 10+ | Tossicità oculare e polmonare per bonifica bunker sotterranei |
Verdetto: FALSO. L'Italia fascista fece un uso sistematico e pianificato di armi chimiche proibite, ordinato da Mussolini e documentato nei registri dell'aeronautica.

Mito 3: «La pacificazione della Libia fu una normale operazione antiterrorismo senza campi di concentramento»
La tesi: La riconquista fascista della Libia (1928-1932) viene sovente descritta come un'azione di polizia volta a reprimere bande di predoni nomadi e sottomessi ribelli guidati da Omar al-Mukhtar, condotta con metodi rigorosi ma conformi alle consuetudini belliche coloniali del periodo.
I fatti documentati: L'operazione condotta dal generale Rodolfo Graziani e dal governatore Pietro Badoglio assunse i connotati di una pulizia etnica metodica e spietata. Nel 1930, per recidere le linee logistiche della guerriglia senussita sull'altopiano del Gebel el-Achdar, il comando fascista ordinò l'evacuazione forzata dell'intera popolazione seminomade della Cirenaica.
Oltre 100.000 persone — donne, vecchi, bambini — vennero costrette a marce forzate di centinaia di chilometri attraverso il deserto verso la costa desertica del Golfo della Sirte, sorvegliate da reparti ascari e truppe coloniali. Furono istituiti 16 campi di concentramento circondati da reticolati elettrificati, tra cui Soluch, Sidi Ahmed el-Magrun, El-Abiar e il famigerato lager di El-Agheila.
Popolazione Cirenaica deportata (1930): ~100.000
├── Deceduti durante le marce di trasferimento forzato: ~10.000
├── Deceduti nei campi per denutrizione, tifo e torture: ~30.000 - 40.000
└── Sopravvissuti al rilascio (1933): ~50.000 - 60.000
Le condizioni igienico-sanitarie erano disumane: le razioni alimentari calcolate non superavano i 60-70 grammi di farina al giorno per persona. Chi tentava la fuga veniva impiccato o fucilato sul posto. Contemporaneamente, le truppe italiane massacrarono oltre il 90% del patrimonio zootecnico libico (circa 600.000 ovini e cammelli) e recintarono 270 chilometri di confine egiziano con una barriera di filo spinato per impedire qualsiasi rifornimento.
Verdetto: FALSO. La repressione in Cirenaica comportò l'allestimento di un vero e proprio sistema concentrazionario che sterminò oltre un terzo della popolazione locale.
Mito 4: «Gli Italiani brava gente: il nostro colonialismo fu mite rispetto a quello di Inghilterra, Francia o Belgio»
La tesi: L'espansionismo italiano sarebbe stato guidato da bonarietà mediterranea, empatia e fratellanza umana, scevro dalla crudeltà calcolata del colonialismo leopoldino nel Congo o della violenza britannica durante la rivolta dei Mau Mau.
I fatti documentati: Il mito del colonialismo «mite» è un artefatto propagandistico smentito dalla comparazione storica quantitativa. Rapportato al numero di coloni insediati e alla brevità cronologica del dominio fascista, l'impatto letale e distruttivo dell'Italia coloniale fu paragonabile, e per densità temporale talora superiore, a quello delle potenze storiche europee.
Le pratiche di rappresaglia fascista prevedevano ordinanze di fucilazione immediata per chiunque fosse trovato in possesso di armi, la decapitazione pubblica dei capi ribelli con esposizione delle teste nei mercati (documentata da centinaia di fotografie scattate dagli stessi ufficiali italiani) e la distruzione integrale di villaggi (zeriba) sospettati di offrire appoggio logistico alla resistenza patriottica degli Arbegnoch.
Verdetto: FALSO. Il regime fascista introdusse un livello di brutalità tecnologica e ideologica fondato sul terrorismo di Stato, perfettamente integrato nei canoni più distruttivi del colonialismo occidentale.
Mito 5: «La strage di Addis Abeba (Yekatit 12) fu solo una reazione spontanea a un attentato»
La tesi: L'ondata di violenze scatenatasi ad Addis Abeba il 19 febbraio 1937 viene sovente descritta come un tumulto improvviso e incontrollabile delle camicie nere e della manovalanza civile italiana in seguito al ferimento del viceré Rodolfo Graziani, causato dal lancio di alcune bombe a mano da parte di due patrioti eritrei (Abreha Debotch e Moges Asgedom).
I fatti documentati: Se il pretesto fu l'attentato dinamitardo, la risposta fu una caccia all'uomo scientificamente incoraggiata dai vertici del Partito Nazionale Fascista coloniale. Guido Cortese, federale fascista di Addis Abeba, ordinò formalmente ai fascisti e ai militari di sfogare la vendetta per tre giorni consecutivi.

Le indagini esaustive condotte dallo storico britannico Ian Campbell nel volume The Addis Ababa Massacre (2017) hanno ricostruito le dinamiche del massacro: camion carichi di squadristi muniti di bastoni, taniche di benzina e lanciafiamme rastrellarono la capitale etiope, incendiando baracche con intere famiglie rinchiuse all'interno, sventrando donne incinte e massacrando chiunque indossasse abiti tradizionali o sembrasse appartenere alla classe dirigente autoctona.
- Fase 1 (19 febbraio pomeriggio): Chiusura delle porte della città e prime raffiche di mitragliatrice sparate direttamente sulla folla presente alla cerimonia del Piccolo Ghebbi.
- Fase 2 (20-21 febbraio): Furia delle squadre d'azione nelle periferie native, sterminio mirato di indovini, cantastorie e veterani (cabalott).
- Fase 3 (settimane successive): Esecuzioni legali sommarie di oltre 2.000 intellettuali, nobili e studenti diplomati all'estero (Jeunes Éthiopiens).
Le stime delle vittime del massacro oscillano tra 19.000 e 30.000 morti, circa il 20% dell'intera popolazione della capitale in appena 72 ore.
Verdetto: INGANNEVOLE. Non vi fu alcuna spontaneità: l'eccidio fu un'azione di liquidazione sociale e genocidio urbano deliberatamente avallata dal comando coloniale.
Mito 6: «A Debra Libanos i soldati italiani affrontarono insorti armati in combattimento»
La tesi: La strage perpetrata presso il colle monastico di Debra Libanos nel maggio del 1937 viene talvolta catalogata come un'operazione di controinsurrezione contro ribelli armati infiltrati tra gli edifici sacri del cristianesimo copto etiope.
I fatti documentati: L'ordine inviato da Rodolfo Graziani al generale Pietro Maletti fu esplicito e categorico: procedere alla liquidazione fisica integrale del clero del monastero più importante d'Etiopia, accusato di aver dato temporaneo asilo agli attentatori del 19 febbraio.
«Passi per le armi tutti i monaci indistintamente compreso il vice-priore. Graziani.»
— Telegramma n. 25876 inviato al generale Maletti, 19 maggio 1937
I reparti coloniali comandati da Maletti e composti prevalentemente da battaglioni di ascari musulmani cinsero d'assedio il santuario. I monaci, i diaconi, i novizi e i pellegrini convenuti per una festività liturgica erano completamente disarmati. Furono caricati su autocarri militari, condotti sul ciglio del burrone di Engecha e abbattuti a raffiche di mitragliatrice per due giorni consecutivi.
| Categoria di Vittime | Località Principale | Data Esecuzione | Numero Certificato di Uccisi |
|---|---|---|---|
| Monaci e sacerdoti copti | Burrone di Engecha | 21 maggio 1937 | 297 |
| Diaconi e giovani novizi | Pianoro di Chagel | 26 maggio 1937 | 129 |
| Pellegrini, eremiti e visitatori | Zone limitrofe di Debra Libanos | 21-28 maggio 1937 | 1.000 - 1.500 |
| Nobili e cortigiani addotti | Carcere militare di Danane | Giugno 1937 | 400+ |
La storiografia contemporanea, corroborata dalle scoperte dello studioso etiope Paulos Tzadua e da Rochat, calcola un minimo di 1.600 fino a oltre 2.000 religiosi disarmati passati per le armi.
Verdetto: FALSO. Fu un'esecuzione sommaria di massa di religiosi disarmati, pianificata a tavolino come atto terroristico di decapitazione spirituale.
Mito 7: «Le leggi razziali del 1938 furono importate da Hitler e non avevano a che fare con l'Africa»
La tesi: Il razzismo istituzionale italiano sarebbe stato un corpo estraneo alla cultura fascista, adottato tardivamente nel 1938 esclusivamente per compiacere l'alleato nazista in seguito alla stipula dell'Asse Roma-Berlino.
I fatti documentati: Il laboratorio dell'antisemitismo biologico e della segregazione legislativa italiana fu proprio il colonialismo africano. Già nel regio decreto-legge n. 880 del 19 aprile 1937 (oltre un anno prima del Manifesto degli scienziati razzisti), il regime criminalizzò con pene detentive fino a cinque anni il «madamato», ossia la convivenza coniugale o sessuale tra cittadini italiani e suddite coloniali.

Il regime teorizzò la difesa della «purezza della stirpe ariana» per impedire la nascita di prole meticcia (meticciato), vista come una minaccia alla gerarchia coloniale. Seguirono normative rigidissime:
- Divieto di riconoscimento paterno: I figli nati da relazioni tra italiani e donne native non potevano acquisire la cittadinanza, né portare il cognome paterno, venendo degradati giuridicamente a sudditi indigeni.
- Segregazione dei servizi pubblici: Autobus, sale d'attesa, cinema, esercizi commerciali e quartieri residenziali furono rigorosamente ripartiti con cartelli che vietavano l'ingresso agli «indigeni».
- Codificazione penale differenziata: Pene raddoppiate per gli autoctoni colpevoli di reati contro europei e immunità de facto per le violenze perpetrate dai bianchi.
Il razzismo coloniale fascista fu un impianto normativo autoctono, perfezionato nelle colonie d'Etiopia e Libia prima di essere applicato contro la minoranza ebraica in madrepatria.
Verdetto: FALSO. L'apartheid e il razzismo biologico vennero ideati, collaudati e applicati nelle colonie africane prima di convergere nelle leggi razziali metropolitane.
Mito 8: «La conquista dell'Impero garantì all'Italia ricchezza economica e terre per milioni di contadini»
La tesi: La retorica fascista prometteva che l'acquisizione del «posto al sole» avrebbe risolto la disoccupazione italiana, assorbito milioni di braccianti meridionali e garantito l'autosufficienza di materie prime (petrolio, carbone, cotone, grano).
I fatti documentati: L'avventura coloniale fu un disastro finanziario che dissanguò l'erario pubblico. Tra il 1935 e il 1940, la guerra d'Etiopia e i costi di occupazione divorarono oltre 120 miliardi di lire dell'epoca, prosciugando le riserve auree della Banca d'Italia e portando all'introduzione di gravose imposte straordinarie in patria.
A fronte dei «milioni di contadini» promessi, gli italiani insediati stabilmente in Africa Orientale Italiana nel 1940 ammontavano a poco più di 130.000 unità, per la maggior parte militari, burocrati, poliziotti e commercianti urbani, mentre i coloni agricoli effettivi non superarono le poche migliaia. L'Etiopia non produsse eccedenze cerealicole significative, né fornì materie prime strategiche: al contrario, l'Italia fu costretta a importare dall'Europa generi di sussistenza per mantenere il proprio corpo di spedizione.
Verdetto: FALSO. L'impero non generò alcuna ricchezza reale; accelerò invece il dissesto economico del paese e ne sancì la dipendenza commerciale e militare dalla Germania nazista.
Mussolini colonialismo italiano crimini in Africa: l'eredità dell'amnesia istituzionale
La persistenza di queste menzogne nella sfera pubblica non è casuale. All'indomani dell'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943 e della successiva conferenza di pace di Parigi del 1947, l'Italia sconfitta rischiava di perdere sovranità e di vedere i propri vertici militari trascinati davanti a un tribunale internazionale per crimini di guerra.
Il governo etiope di Hailé Selassié presentò alla neonata Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra una lista dettagliata di 10 criminali di primo piano (tra cui Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani), documentando bombardamenti con armi chimiche, rappresaglie ed esecuzioni di ostaggi. Tuttavia, con l'inizio della Guerra Fredda, Washington e Londra preferirono consolidare la fragile stabilità politica italiana per evitare avanzate del Partito Comunista Italiano, sacrificando la giustizia per i popoli africani.
A chi giova il mito oggi?
La persistenza del revisionismo sul colonialismo fascista continua ad alimentare precisi interessi politici e culturali nel panorama contemporaneo:
- Movimenti di destra radicale e neofascisti: Conservare l'immagine di un fascismo «buono» e modernizzatore, macchiato solo superficialmente dall'alleanza con Hitler, consente di sdoganare l'eredità ideologica del ventennio.
- Rifiuto delle riparazioni morali e materiali: Riconoscere l'entità dei massacri imporrebbe impegni concreti in termini di restituzione di patrimoni artistici saccheggiati (come i manoscritti copti custoditi nei musei statali) e finanziamento di programmi educativi condivisi con Libia, Etiopia ed Eritrea.
- La retorica anti-immigrazione: Dipingere i paesi d'origine delle rotte migratorie attuali come terre prive di storia che avrebbero solo «beneficiato» del passaggio coloniale alimenta un senso di superiorità eurocentrico che anestetizza il dibattito sui doveri di asilo e accoglienza.
Senza una decolonizzazione radicale dei libri di testo, della toponomastica urbana (ancora costellata di vie dedicate all'«Amba Aradam» o a generali coloniali) e degli archivi di Stato, l'Italia resterà prigioniera della favola consolatoria della propria innocenza storica.
Fonti e bibliografia di riferimento
- Del Boca, Angelo. Gli italiani in Africa Orientale: la conquista dell'Impero. Milano: Mondadori, 1992. JSTOR / Scheda Editoriale
- Rochat, Giorgio. Le guerre italiane 1935-1943: dall'impero d'Etiopia alla disfatta. Torino: Einaudi, 2005. Einaudi Editore
- Campbell, Ian. The Addis Ababa Massacre: Italy's National Shame. London: C. Hurst & Co., 2017. Oxford University Press / Hurst
- Labanca, Nicola. Oltremare: Storia dell'espansione coloniale italiana. Bologna: Il Mulino, 2002. Il Mulino
- United Nations War Crimes Commission. History of the United Nations War Crimes Commission and the Development of the Laws of War. London: H.M. Stationery Office, 1948. Biblioteca delle Nazioni Unite
Domande frequenti
- Cosa documentano gli archivi su Mussolini, colonialismo italiano e crimini in Africa?
- I telegrammi declassificati e i diari storici attestano ordini diretti firmati da Benito Mussolini per l'uso sistematico di iprite e fosgene, l'esecuzione sommaria di prigionieri di guerra e monaci copti, la creazione di 16 campi di concentramento in Libia e la distruzione di interi ecosistemi pastorali attraverso il massacro di centinaia di migliaia di capi di bestiame.
- Chi furono i principali gerarchi e generali responsabili delle atrocità in Africa?
- I massimi responsabili sul campo furono i marescialli Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani, coadiuvati da generali come Pietro Maletti e Ruggero Tracchia, e dal ministro delle Colonie Alessandro Lessona. Tali figure agirono su autorizzazione e direttiva esplicita del capo del governo Benito Mussolini, che rivendicava via dispaccio l'impiego del terrore sistematico.
- Quale fu il bilancio umano complessivo dell'occupazione coloniale fascista?
- Gli storici calcolano tra 300.000 e 500.000 vittime etiopi tra il 1935 e il 1941 a causa di bombardamenti chimici, carestie indotte e rappresaglie terrestri. In Libia, la riconquista della Cirenaica tra il 1928 e il 1932 costò la vita a circa 60.000-70.000 persone su una popolazione autoctona di 225.000, dimezzando la presenza demografica locale.
- Perché in Italia si è diffuso il mito dell'«Italiani brava gente»?
- Il mito fu elaborato a livello diplomatico tra il 1946 e il 1948 dal governo guidato da Alcide De Gasperi e dalla Commissione d'indagine del Ministero della Guerra per respingere le richieste etiopi di estradizione per crimini di guerra, scaricare ogni colpa sulla Germania nazista e tentare di conservare l'amministrazione fiduciaria su Eritrea e Somalia durante la Guerra Fredda.
- Quali riparazioni o riconoscimenti ufficiali sono stati effettuati dallo Stato italiano?
- Nel 1996 il ministro della Difesa Domenico Corcione ammise per la prima volta l'impiego dell'iprite in Etiopia. Nel 2008 il Trattato di Bengasi riconobbe i danni inflitti alla Libia prevedendo 5 miliardi di dollari in infrastrutture, ma la memoria pubblica rimane lacunosa: la stele di Axum è stata restituita nel 2005, mentre verso l'Etiopia non vi sono mai state scuse di Stato né cerimonie condivise di riconciliazione.